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Il debito studentesco 2.0: ovvero il p2p, l`università e la crisi approfondimento a cura di Paolo Do, dottorando alla Queen Mary, Londra.
Proprio in questi giorni il Guardian, noto quotidiano britannico, riporta le perdite colossali di giganti bancari come Barcalays nel Regno Unito, Banks of America e Citygroup negli States. Il timore, del tutto fondato, è che ci troveremo di fronte ad un nuovo momento critico del sistema bancario come si è visto nell`ottobre 2008. Se la seconda volta per alcuni si presenta come farsa, qua la ripetizione è vista come terrificante tragedia. Essa infatti si accompagnerebbe ad una serie di dati negativi di molti indici, decisamente in netto peggioramento dallo scorso anno: dai dati sulla disoccupazione a quelli sul consumo al dettaglio, le previsioni di quasi tutti i settori produttivi hanno paura della recessione. Gli ultimi dati disponibili sulla disoccupazione anglosassone, in particolare, sono molto interessanti. Il Guardian ha definito qualche giorno fa questa crisi come una sorta di “crunch generation”. I dati disponibili infatti affermano che la componente che maggiormente sente i colpi della stretta economica sono infatti quei giovani, tra i 20 e 25 anni, appena laureati, qualificati ed in cerca di un primo lavoro. Il loro contributo alla disoccupazione è destinato a salire vertiginosamente nel 2009 e, dicono, per tutto il 2010. È una crisi questa che sta colpendo il settore del lavoro qualificato e giovanile in misura maggiore degli altri settori della forza lavoro (che è tutto dire). |
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di Benedetto Vecchi, il Manifesto 09.01.09 L'onda si forma, cresce e poi rifluisce. È un fatto noto, ma se è
anomala può infrangere ogni modello di analisi. E il movimento contro
le proposte del ministro Mariastella Gelmini ha subito dichiarato la
sua anomalia. Anche quando sembrava che avesse lasciato il posto alla
risacca, ha mandato a dire che non voleva essere un movimento
dipendente dalle azioni del potere politico, sia che vestisse le divise
istituzionali che gli abiti di un qualche partito, sia che fosse
presente o non in Parlamento. E quando ha pacificamente paralizzato,
almeno a Roma, cioè nella capitale, sede del parlamento, la vita
pubblica già affermava che quella invasione della città era solo un
assaggio della sua potenza. Ma
poi la parola è passata a Mariastella Gelmini, che, se su YouTube
invitava al confronto, nelle stanze segrete del ministero stilava
pessimi decreti attuativi della riforma della scuola primaria e
modificava il decreto legge sull'Università. Ieri, infine, il voto in
Parlamento che ha approvato la nuova versione. Sulle modifiche
introdotte non c'è molto da dire. Gli ottimisti potrebbero dire che è
solo maquillage, i pessimisti che sono peggiorative.
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(di Benedetto Vecchi) Un libro che si legge tutto d'un fiato. Avvincente anche per
l'appassionato invito a gettare alle ortiche una visione stereotipata
della «condizione studentesca». È stato scritto quando ancora l'«Onda
anomala» invadeva le strade e cingeva d'assedio il Ministero della
Pubblica Istruzione a Roma. Lo stile enunciativo scelto è quello del
situazionista «Della miseria dell'ambiente studentesco», ma con una
prosa più agile rispetto il j'accuse scritto dalla sezione di
Strasburgo dell'Internazionale situazionista negli anni Sessanta.L'esercito
del surf (firmato dall'Internazionale surfista e pubblicato da
DeriveApprodi, pp. 67, euro 5) vuole infatti prendere congedo dal clima
plumbeo e totalizzante dei pamphlet situazionisti.
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(di Augusto Illuminati) Beh, la storia del movimento
buono e della dirigenza ideologizzata che suborna la spontaneità
concreta, mi sembrava di averla già sentita quarant’anni fa; all’epoca
l’invettiva era rivolta dal Pci anche a me e a Flores, do you remember? Commovente risentirla in tempi di Onda anomala. Sbagliata allora, sbagliata adesso. Ma andiamo con ordine.
Il numero di «Micromega» dedicato all’Onda anomala è
veramente buono e onesto, rara eccezione in una panorama fazioso e
manipolatorio o distratto di gran parte del sistema mediatico italiano.
Vi sono due ricche tavole rotonde con partecipazione di studenti
dell’Onda, svariati contributi tematici e soprattutto l’analisi
dettagliata delle tendenze del movimento condotta da Emilio Carnevali e
Cinzia Sciuto è di assoluta e ben documentata precisione. Unico punto
di dissenso è forse l’accento troppo insistito sulla continuità fra i
controcorsi sessantottini di ispirazione francofortese e
l’autoformazione odierna, che invece –lo mostra con grande lucidità in
una delle tavole rotonde Fabio Gianfrancesco– si caratterizza, più che
come didattica alternativa o parallela, per essere «riappropriazione
dell’autogestione del percorso formativo e di ricerca», «forma di
organizzazione dell’autonomia e della cooperazione sociale all’interno
dell’università», meccanismo di scardinamento per inflazione del
sistema dei crediti.
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(di Francesco Raparelli*) Lo speciale di MicroMega Un’Onda vi seppellirà
è davvero un materiale prezioso. In prima fila il lungo testo di Emilio
Carnevali e Cinzia Sciuto che ricostruisce con grande completezza e
serietà il dibattito politico interno al movimento. A seguire la tavola
rotonda, la prima, anch’essa occasione di approfondimento utile e
ricca. In generale un testo che verrà letto e che accompagnerà la
ricerca di tante e tanti, di chi il movimento lo ha visto dall’esterno
e per questo vuole capirne qualcosa in più, ma anche di chi il
movimento lo ha vissuto in prima persona e dunque vuole capire meglio,
riconnettere i fili dell’esperienza vissuta. Con facilità possiamo
parlare di un esperimento ben riuscito. La mia attenzione, per ovvi motivi, si appunterà
sull’editoriale di Flores d’Arcais. Secondo Flores, infatti, la potenza
del movimento sta per essere cancellata dalle ideologie e dai
gruppuscoli, incapaci di fare i conti con la complessità del presente,
avidi di piccoli poteri massimalisti, funzionali all’establishment
politico.
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di Luca Militant A Mascini e Francesco Raparelli * (da escatelier.net) L'anno
prossimo la scuola pubblica del tempo pieno primaria e la scuola
dell'infanzia avranno le 40 ore e le due maestre interne come
chiedevamo. Questa è una vittoria, indubbiamente parziale, ma una vittoria.
Davanti a un movimento enorme che ha coinvolto milioni di persone il
governo ha fatto marcia indietro. Non possono dirlo (i governanti) in
maniera chiara perché la Gelmini dovrebbe dimettersi ma il decreto 137
è di fatto messo seriamente in crisi. Il maestro unico facoltativo è
una cazzata, uno dei tanti modo per prender tempo e non ammettere la
sconfitta. Ora le famiglie possono decidere liberamente il modello di
scuola pubblica per i loro figli. Grazie a tutti i bambini e le
bambine che hanno occupato le scuole e manifestato per strada con la
loro allegria contagiosa. Grazie alle maestre e ai maestri che hanno
lottato in tutti i modi, dagli scioperi compatti ai balletti rap.
Grazie alle mamme e ai papà che si sono trasformati in leoni. Grazie
agli studenti universitari, grazie all'Onda, decisiva, grazie a chi ha
invaso le strade d'Italia per due mesi e occupato le università a
assediato la camera e il senato. Grazie a questo movimento che
si è mobilitato dal basso abbiamo agguantato delle prime, parziali, ma
significative vittorie in una guerra che ci è stata scatenata contro
dal governo italiano.
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(da global project) L’Onda si è ripresa la piazza. Nonostante nelle ultime
settimane fosse data per esaurita la sua spinta propulsiva, nonostante
l’oscuramento mediatico riservato allo sciopero generale indetto dalla
Cgil e dalle sigle del sindacalismo di base e nonostante condizioni
atmosferiche a dir poco sfavorevoli, il corteo autonomo che da Piazzale
Aldo Moro si è snodato per le strade della città arrivando davanti al
Ministero dell’Istruzione, ha dimostrato che il movimento studentesco
non ha perso vitalità né determinazione. Evidentemente qualcuno
aveva sperato in un fenomeno estemporaneo, incapace di costruire
continuità oltre quella fase di straordinaria partecipazione che aveva
sorpreso l’intero paese e spiazzato il Governo. Non è stato così. Un
movimento si distingue infatti per la capacità di fare delle promesse e
di lanciare delle scommesse. La promessa di costruire un corteo
indipendente, aperto alle esperienze di conflitto non rappresentabile e
in grado di incrociare i percorsi sindacali a partire dalla propria
autonomia, è stata mantenuta con successo.
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di Francesco Raparelli. Perché è davvero decisivo lo sciopero generale del 12 dicembre? Proverò ad individuare tre motivi, non gli unici, ma a mio avviso i più importanti. Tre motivi che sono nello stesso tempo tre sfide, difficili ma stimolanti. In primo luogo lo sciopero del 12 è uno sciopero contro la crisi, la crisi economica e di sistema che investe il mondo della finanza dall'agosto del 2007 e che oggi sta destabilizzando con una forza senza precedenti l'economia reale. “Noi la crisi non la paghiamo”, lo slogan dell'Onda, si generalizza e diventa lessico comune per tutti coloro che non solo non vogliono pagare la crisi, ma che ritengono provocatorie le elemosina di Berlusconi e Tremonti e che intendono, piuttosto, far pagare la crisi a banche e imprese. In questo senso lo sciopero del 12 è portatore di una sfida assai più ampia, complessa e problematica delle occasioni che lo hanno preceduto negli scorsi anni: in questione non è l'operato di questo o quel governo, ma un modello di sistema. Essere all'altezza della fase che attraversiamo significa far emergere, a partire dal 12, un discorso costituente su una alternativa di sistema. Troppo? Probabile, ma o il 12 prova a dire cose che vanno nella direzione di una nuova ricerca politica e sociale o è poca cosa. Come dire queste cose? Innanzi tutto con le pratiche, dunque con uno sciopero vero e nello stesso tempo nuovo. |
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di Gigi Roggero. In un’affollata assemblea nell’ateneo di Bologna in preparazione della manifestazione del 14 novembre, la presenza di uno studente torinese è stata calorosamente accolta dalla richiesta di raccontare i volantinaggi degli universitari davanti ai cancelli di Mirafiori. La risposta ha spiazzato tutti: «Guardate che l’elemento straordinario è esattamente il contrario: sono gli operai che vengono davanti ai cancelli dell’università per cercare di organizzarsi come l’onda». Ecco il nocciolo della questione. La classica parola d’ordine dell’unità studenti-operai è oggi definitivamente superata. Non si tratta – al di là delle suggestioni politiche – di tracciare una semplicistica linearità tra la fabbrica e l’università. La questione è che oggi quell’unità non si costituisce più nella solidarietà proveniente dall’esterno, ma vive tutta dentro la nuova composizione del lavoro. Non solo: spesso attraversa le stesse biografie singolari, perchè l’operaio è anche studente, e viceversa. È molto di più della semplice affermazione che lo studente, nella continua sovrapposizione tra mercato della formazione e mercato del lavoro, è immediatamnte lavoratore. Il punto e’ il divenire classe degli studenti attraverso il movimento. |
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A Reflection from the European Anomalous Wave
Hi, I would like to say a few words about the “anomalous Wave” movement in Italy, a movement of students and precarious workers that’s opposed to the new Gelmini Education Reform Bill. (Maria Stella Gelmini is the Minister of Education, renamed by the students as ‘The Gelminator’). I have not been in Italy for the last year but I still have plenty of contacts and have had the chance to talk with people that are part of the movement there. I will be brief and schematic and won’t make a complete summary of events but I would like to put forward an analysis of this movement. I’ll emphasise a couple of worthwhile points that, in my opinion, come out of the actions of the movement and of the Italian political context. Firstly, two quick points to start with. This is the strongest and most determined movement that Italy has known in the education context since the so-called movement of the ‘Panther’ (Pantera) in the 1990’s. Very much in the mind and activities of this new movement is the recent example of the French struggles against C.P.E.
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Note per l’avvio di un dibattito e di proposte di riforma dal basso
di Andrea Fumagalli.
La tematica della formazione universitaria è centrale nel capitalismo
contemporaneo. Essa è terreno cruciale non solo per il futuro percorso
lavorativo dei diretti interessati (gli studenti) ma per l’intero
processo di accumulazione. In secondo luogo, non meno importante, va
rilevato il fatto che oggi tramite il processo di formazione (che tende
a diventare – a diversi livelli – permanente) si gioca la possibilità
di controllo della forza-lavoro presente e futura. La formazione
(specialmente quella universitaria) è elemento centrale di governance
dei processi sociali e produttivi nonché della possibilità di
sviluppare una “democrazia” reale e non oligarchica. E’ questione
sociale, per eccellenza, che innerva tutte le componenti economiche e i
diversi livelli di segmentazione in cui la struttura sociale è
suddivisa e definisce la composizione sociale del lavoro vivo
contemporaneo. In altre parole, sul terreno dell’università si gioca
una partita che ha come obiettivo la possibilità di un cambiamento
progressivo della realtà odierna o, di converso, si sancisce il
processo di involuzione reazionaria in atto.
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Di Gigi Roggero. Le parole non
sono né neutre né oggettive: disegnano un campo di battaglia. Così,
Gelmini invoca il cambiamento per conservare lo status quo, trovandosi
non a caso i baroni come unici alleati nel mondo della formazione. Oppure
si può sostenere l’eccellenza per organizzare quel processo di dequalificazione
dei saperi che permea l’università della (fallita) riforma. L’eccellenza,
scriveva negli anni Novanta il teorico nordamericano Bill Readings,
non è un criterio o uno standard valutativo: è la risposta ai movimenti
studenteschi del Sessantotto, il «simulacro dell’idea di università»,
la riformulazione in termini aziendali dell’accademia humboldtiana,
trasmutata in sito per coltivare le «risorse umane» attraverso il
calcolo costi-benefici. L’eccellenza – e il suo concetto gemello,
la meritocrazia – sono parole prive di un referente. Come il caso
anglosassone dimostra, infatti, nei cosiddetti centri di eccellenza
non necessariamente si trasmettono conoscenze qualificate: sono luoghi
che consentono di accumulare “capitale sociale” e “umano”, di
entrare a contatto con lo star system (figure di fama mondiale
strapagate per portare lustro a istituzioni il cui quotidiano carico
didattico è interamente scaricato sui precari), di accumulare credito
nei meccanismi di inclusione differenziale che governano il mercato
della formazione. |
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Il ruolo centrale
dei saperi lo avevamo individuato da tempo. Cristallino il nostro metodo:
nessuna nostalgia per il passato, ma aggredire la crisi dell’università.
Passare dalle lotte contro l’esclusione ai conflitti sull’inclusione
differenziale, il problema che ci siamo posti. L’emergenza di una
nuova figura dello studente, non più forza lavoro in formazione ma
a tutto tondo lavoratore cognitivo, questa la composizione soggettiva
emergente. Trasformare la difesa dell’università pubblica in organizzazione
delle istituzioni del comune, e tutto il potere all’autoformazione:
ecco le nostre “tesi d’aprile”. Ora, lo straordinario
movimento che sta scuotendo alle radici non solo il sistema formativo
ma tutto il governo Berlusconi, non lo abbiamo previsto in queste forme.
Lasciamo ogni paranoica idea deterministica e oggettivistica a una cultura
di sinistra finalmente in via di dissoluzione.
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Riflessioni dal Ponte della Libertà (globalproject.info)
di Marco Baravalle. Il lancio di un’agenzia di stampa, a proposito della
straordinaria iniziativa di giovedì scorso a Venezia (quando più di
diecimila tra studenti, ricercatori e precari hanno attraversato in
corteo il collegamento translagunare del Ponte della Libertà: mai nome
poteva essere più appropriatamente benaugurale!), ricordava che
qualcosa del genere “non accadeva dai primi anni Settanta, quando la
lotta operaia di Porto Marghera invadeva il Ponte spezzando Venezia
dalla sua terraferma.” L’osservazione, di per sé, sottolinea la
portata storica della manifestazione di giovedì, ma il parallelo non
può che fermarsi al dato oggettivo del blocco del ponte e alla
simultanea constatazione del nuovo irrompere del conflitto sociale sul
territorio, mentre è il dato soggettivo ad apparire profondamente
mutato. Indizio primo di tale mutamento è la direzione del
corteo, inversa rispetto a quella degli Anni Settanta. Oggi il
movimento parte dalla laguna, da quella città d’acqua che si è
trasformata in “fabbrica della cultura” cioè in un bacino produttivo
specializzato nella formazione superiore e universitaria, nella ricerca
accademica e non, nel trattamento e nella valorizzazione dei beni
architettonici, storici e culturali, anche del contemporaneo, per
andare ad investire la dimensione metropolitana: ma non si tratta di un
semplice rovesciamento di ciò che avveniva in passato.
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Dalle facoltà ribelli di Milano. Cronaca selvaggia di una mobilitazione in divenire (globalproject.info)
Lunedì il cielo di Milano è grigio
come spesso accade, poche decine, davanti alle facoltà più attive,
bisogna avere il gusto della scommessa per occupare il rettorato della
Statale, in via Festa del Perdono, ma forse sta già spirando un vento
inusuale, nel deserto di atenei e accademie a Milano, nella città
capitale della dequalificazione universitaria, dei baroni più pavidi e
calcolatori, della frammentazione sociale del tessuto studentesco, dove
il territorio si può costruire solo a partire dalle lotte, e dunque, da
poco e niente, negli ultimi dieci anni. Sarà l’ondata di calore che
arriva ininterrottamente, con il ritmo di un battito cardiaco, oramai
da anni, dalle scuole superiori, sarà che quella generazione meticcia
metropolitana, appena risvegliata, sempre più si sente precaria ma
viva, intelligente perchè ha a che fare con il sapere ogni giorno, ma
incazzata perchè lo trova inutile per autodeterminarsi. Sarà forse che
i venti nella pianura padana arrivano senza essere fermati dalle
montagne, ma qualcosa sta cambiando.
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cronache dalle mobilitazioni universitarie (escatelier.net) di Francesco raparelli. Le notizie corrono veloci, centinaia in assemblea, migliaia nei cortei spontanei e continui che bloccano le lezioni e spesso irrompono nella città occupando le strade e bloccando il traffico. Da Roma a Pisa, da Napoli a Padova, da Milano a Bologna, da Perugia a Torino, le facoltà e gli atenei cominciano le mobilitazioni contro la legge 133, la finanziaria che, tra l'altro, intende dismettere in via definitiva l'università pubblica. Della legge 133 abbiamo parlato spesso nelle ultime settimane, nulla a che vedere con una riforma organica, piuttosto tre articoli che minano alle fondamenta l'università pubblica così come l'abbiamo conosciuta: riduzione drastica del fondo di finanziamento ordinario (Ffo); blocco del turn-over (per ogni 5 docenti che vanno in pensione solo un ricercatore potrà diventare docente); trasformazione delle università in fondazioni private (elemento facoltativo, ma di fatto reso obbligatorio dalla riduzione del Ffo). Elementi decisivi che si aggiungono al fallimento, ormai da tutti dichiarato, del 3+2, la riforma Zecchino-Berlinguer, e al de-finanziamento della ricerca. Dunque, l'atto conclusivo di un lungo processo bipartisan che anno dopo anno, finanziaria dopo finanziari ha avuto un bersaglio chiaro: la formazione intesa in modo complessivo, dalla ricerca alla scuola. La legge 133, infatti, segue il decreto Moratti che nell'autunno del 2005 ha precarizzato la ricerca e lavora di concerto con il decreto Gelmini, in questi giorni al voto di fiducia, che condanna alla disoccupazione almeno 150.000 insegnanti precari (bloccando il turn-over), impone il maestro unico tagliando il tempo pieno, reintroduce il grembiule e il voto di condotta. |
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di Gigi Roggero. È una nuova composizione soggettiva quella che sta emergendo dallo
straordinario movimento che, in questi giorni, sta finalmente
incendiando le università italiane. Il casus belli è la legge 133
di Gelmini e Tremonti, con i tagli – a questo punto definitivi –
all’istruzione superiore, la drastica riduzione del fondo di
finanziamento ordinario, il blocco del turnover, la trasformazione
delle università in fondazioni private. L’obiettivo sono
complessivamente le politiche che, da destra a sinistra, non sembrano
avere altra strategia se non la dismissione del sistema universitario. Una composizione nuova, dicevamo: assolutamente pragmatica,
compiutamente post-ideologica, interamente socializzata nel tessuto
produttivo metropolitano, senza alcuna lacrima da versare per le
bandiere, colorate o belle che siano. Sa che i confini tra formazione e
lavoro sono saltati, nel segno della precarietà e della
devalorizzazione. Non è un caso, allora, che in queste settimane nelle
affollatissime assemblee di facoltà e di ateneo, a Roma e nelle altre
città, tutti vogliano prendere parola per porre al centro la questione
della dequalificazione dei saperi e dei titoli di studio, per
rivendicare denaro, per rovesciare l’assenza di futuro in pienezza
della decisione sul proprio presente. È una composizione
irrappresentabile, che sta facendo dell’ingovernabilità una forma di
espressione di piazza e di conflitto. Si muove veloce e in modo
imprevedibile, non è mai dove i poliziotti e il sistema politico si
aspettano di trovarla, proprio come è successo nella rivolta del 2006
in Francia contro il Cpe.
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di Alberto De Nicola: Un’assemblea convocata nell’aula Magna del Rettorato de La Sapienza di
Roma per chiedere al neorettore Frati la sospensione dell’anno
accademico contro i provvedimenti del Governo in materia di Università.
Alle 10 la decisione di concentrarsi nel piazzale della Minerva a causa
dell’enorme quantità di studenti arrivati in corteo da tutte le
facoltà, circa 5000 persone. Alle parole di Frati, che hanno riproposto
il vecchio ritornello opportunista sulla giustezza delle ragioni della
lotta e l’inadeguatezza delle forme, gli studenti hanno risposto con
determinazione formando un corteo spontaneo che, divenuto di 10.000
persone, ha bloccato il centro della città e la stazione Termini e ha
deciso di occupare la Facoltà di Lettere per prepararsi al meglio allo
sciopero generale di oggi indetto dai sindacati di base. Una
giornata lunghissima e senza respiro, dove alla straordinaria
partecipazione alla lotta si è accompagnata un altrettanto
straordinaria capacità di incidere, spiazzare e lasciare il segno. Era
da molto tempo che non si assisteva a qualcosa del genere.
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Sabato 11 ottobre 2008 ore 10.00 @ CS Rivolta, Marghera-Venezia (globalproject.info)
C’è una lingua che dobbiamo
dimenticare. La lingua della sinistra, con la sua grammatica del
pauperismo e della vittimità, funzionale al culto dello Stato e
all’esercizio della rappresentanza. Quella che dobbiamo iniziare a
parlare è la lingua del comune, mettendola subito
a verifica dentro i mutamenti globali di scuola e università. Questo è
il punto di partenza: un’azione politica che non sappia collocarsi
all’altezza delle coordinate spazio-temporali di questa sfida, rischia
di trovarsi con armi spuntate. Perché europeo e transnazionale è il
contesto delle trasformazioni del sistema di produzione e trasmissione
dei saperi: dall’aziendalizzazione al Bologna Process, dalla creazione
di un mercato della formazione, ai meccanismi di differenziazione e
gerarchizzazione interni, fino al processo di precarizzazione. Questi
mutamenti, poi, hanno delle forme di declinazione particolari. Si pensi
all’aziendalizzazione: nell’università italiana il potere feudale dei
baroni non solo non è in controtendenza con il trend globale, ma anzi
ne costituisce la peculiare condizione di possibilità e traduzione.
Diversamente dagli allarmi provenienti da sinistra, le imprese italiane
non hanno mai dimostrato alcun interesse ad investire in formazione e
ricerca, da un lato rinunciando completamente all’innovazione,
dall’altro giocando un ruolo puramente parassitario rispetto
all’investimento statale.
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