| Appello per la May Day 2007 |
| Scritto da napoli | |
| domenica 22 aprile 2007 | |
|
STREET PARADE DEL PRECARIATO SOCIALE La partecipata primavera studentesca del 28 e 29 marzo aveva già evidenziato lo stato di precarietà permanente in cui versano le nostre vite: nelle due date coincidenti con l’UNIRIOT DAY per il diritto al sapere e le mobilitazioni della rete SABOMAV contro l’aumento delle tasse universitarie (battaglia vinta in questi ultimi giorni), non solo student@, ma anche precar@ hanno sfilato, ballato, manifestato, discusso. In quei giorni si è resa manifesta l’assenza di differenza tra le due figure: cos'è uno studente che non è già un precario? E questo dato reale ci è solo confermato dalle attuali condizioni di miseria dell’ambiente studentesco e precario: formazione permanente senza qualità e non pagata, vite e cervelli messi direttamente a produzione, tutele inesistenti, tempi contingentati ed ingabbiati__ in due parole: la completa scomparsa della distinzione tra tempo di lavoro e di non-lavoro, tra tempo di formazione e di non-formazione. Ed è nelle condizioni degli studenti che vediamo riaffacciarsi – grazie anche ai nostri lavori di inchiesta – quelle preoccupazioni che sapevamo dei “lavoratori precari”: indipendenza economica, abitativa, la generale incertezza riguardo al proprio futuro. Nel mezzo, una galassia totalmente dispersa e frammentata di bisogni e desideri che non riescono a formare una singola identità di “classe” o di “genere”, perché così diverse sono le istanze tra i singoli che ogni forma di organizzazione tuttista – sia in un campo che nell’altro – tende a risultare o vuota o momentanea e corporativista: i dottorandi sono emblematici a riguardo, loro studiano, ricercano, insegnano…e nel 50% dei casi lo fanno senza percepire alcuna borsa di studio! La flessibilità dal lato del capitale, in Italia come in Francia e negli ultimi tempi in Grecia, ha come unico obiettivo la formazione di studenti-precari sempre in bilico tra il proprio lavoro part-time ed il tentativo di laurearsi (e ri-laurearsi, e “masterizzarsi”, e…): gli unici garantiti risultati della flessibilità sono l’insicurezza come stile di vita, l’impossibiltà di decidere il proprio futuro, la ricerca costante di “secondi impieghi” per arrivare alla fine del mese…e oltre il danno, c’è la beffa: la flessibilità ci viene imposta dal mondo del lavoro, ma nelle università nessuno ci prepara ad essa! Il sapere, maltrattato dalle ultime riforme universitarie, viene per lo più impartito e appreso in modo frammentario e frenetico, non permettendo la formazione di soggetti dotati di adeguate capacità analitico-critiche: il momento della selezione tra chi sale e chi scende è dunque anticipato e non avviene solo nel mercato del lavoro: le università riformate operano già come degli inclusori differenziali, chiudendo ogni spazio di partecipazione e condivisione e trasmettendo saperi obsolescenti che non si prestano per nulla al gioco della riconversione flessibile. La salita è assicurata solo ai “buoni azionisti”: chi dispone di sufficiente capitale investe sul proprio cervello, va a studiare alla Bocconi e poi magari si compra un master, un corso di lingua (che tanto fa sempre punteggio)… A noi resta la menzogna del “diritto allo studio”, che malcela una dura realtà: l’impossibilità per student@ e precar@ di accedere a saperi e reddito. E’ per questo che urliamo MAY DAY MAY DAY: perché la situazione qui sta precipitando, urge almeno un paracadute, almeno una strategia di sopravvivenza prima di imparare a volare… |
|
| Ultimo aggiornamento ( domenica 29 aprile 2007 ) |










