Strano paese il nostro. Nel giorno in cui al senato si riferiva della drammatica vicenda di Stefano Cucchi, a pochi giorni dalla pubblicazione degli audio provenienti dal carcere di Teramo, la discussione su cosa siano “violenza e intimidazione” sembrava prendere una piega proprio inaspettata.
Non è stato, come il buon senso avrebbe voluto, il ministro Alfano a parlarne durante la sua audizione. Mente il Guardasigilli infatti si limitava a dire che Stefano “non doveva morire”, pronunciando una di quelle sentenze che suonano macabre nella loro tardiva inutilità, il governo si preoccupava per altra voce di condannare un blitz violento e inutile.
La voce è quella del Ministro Gelmini e il blitz, tutt’altro che violento, quello degli studenti e precari dell’onda al Ministero dell’Istruzione. All’inizio fa sorridere, magari perché si pensa che proprio nello stesso giorno anche Marrazzo ha denunciato, certo con più lucidità della Gelmini, di aver subito “violenza e intimidazione” dai carabinieri che lo hanno ricattato. Ma solo per poco. Poi viene da pensare a quel ragazzo, alle foto del suo corpo che fanno male allo stomaco. Ci si chiede in quale tipo di democrazia viviamo se di violenza – quella si grave, reiterata e assassina - non vengono imputati i responsabili del sistema carcerario ma gli studenti dell’onda. Se violenta non viene giudicata la brutalità delle guardie penitenziarie o l’omertà asservita di qualche medico, ma l’azione comunicativa e pacifica di cento giovani precari che rivendicano il diritto ad essere ascoltati nel momento più difficile per il loro futuro.
Allora non si sorride più ma ci si indigna, anzi sarebbe meglio dire che ci si incazza veramente. Viene voglia di andarsene da un paese di merda in cui non solo si vuole che si accetti il totale disinvestimento sulle generazioni più giovani, la mortificazione delle loro intelligenze attraverso la dismissione totale della formazione pubblica o della ricerca scientifica, ma si pretende che lo si faccia in silenzio, senza dare fastidio, pena l’essere bollati come violenti attraverso repliche governative che risultano offensive e inaccettabili se si pensa a chi la violenza l’ha provata veramente e gli è costata la vita.
Non tutti però vanno via e lasciano perdere. C’è ogni tanto qualcuno che rimane e nel farlo prova inevitabilmente a frasi sentire, a guadagnare con fatica uno spazio per la propria vita. Così gli studenti di ieri, che hanno occupato un ministero non certo per guardare indietro ma per chiedere al contrario che non si chiuda il dibattito sul loro futuro, per ricordare con veemenza che le cose che non vanno si cambiano solo a patto che rimanga sempre aperto e garantito uno spazio per il dissenso, per una critica che radicalmente spinga avanti attraverso uno sguardo attento su ciò che problematicamente si prospetta, senza nessuna nostalgia per ciò che è stato, figuriamoci per ciò che è stato 30 anni fa!
Indubbiamente avranno un bel da farsi al Ministero in questi giorni, impegnati ad escogitare un buon modo per far passare una riforma a costo zero per il trionfo della meritocrazia e dell’ottimizzazione dell’Università Italiana. Siano meno distratti però, gli anni ’70 in questi giorni non li abbiamo respirati l’altra mattina nel cortile del Ministero dell’Istruzione ma dietro le sbarre delle carceri statali.
Editoriale a cura di Fabio Gianfrancesco.


