Sapienza per l'autoriforma - ovvero come immaginare una nuova prassi costituente

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Il movimento che ci ha visto coinvolti in tantissimi l'anno passato ha rappresentato una vera rottura nel panorama della politica italiana ed europea ed una novità decisiva nel contesto dei movimenti degli ultimi anni. L'Onda è stata in grado non solo di enunciare, per prima, il problema della crisi, indicando al contempo una volontà forte di non volerne pagare le conseguenze, ma soprattutto si è posta il problema di come trasformare un'università in rovina, riprendendo le redini del suo stesso governo, meglio provando a praticarne direttamente l'autogoverno, agito attraverso una cooperazione inedita tra studenti, ricercatori e dottorandi.

Ribadire adesso le qualità specifiche di questo movimento, di massa, autonomo, irrappresentabile, ha senso non solo per chi ha vissuto lo scorso anno direttamente quest'esperienza, ma soprattutto per coloro che si stanno avvicinando ora all'università e forse già sperimentano tutti i blocchi e le difficoltà di cui è fatto il cammino formativo.

La percezione e la consapevolezza che la crisi economica non sia finita, nonostante le dichiarazioni del governo, non solo è largamente diffusa nei diversi settori sociali e lavorativi, ma non si può neppure nascondere: essa riemerge senza sosta ogni qual volta sentiamo delle lotte o dei sequestri degli operai, quando assistiamo alle mobilitazioni degli insegnanti precari o partecipiamo a quelle dei migranti. La crisi economica, infatti, sta facendo sentire i suoi effetti più acuti e reali proprio ora, ad un anno dall'esplosione della bolla speculativa, laddove la stabilizzazione finanziaria viene faticosamente riguadagnata al prezzo di una gravissima crisi occupazionale. E questa crisi è tanto più chiara e visibile in Italia, in quanto è accompagnata da un profondo dissesto della politica istituzionale, che emerge ancor più che dagli scandali, dallo scontro interno ai poteri costituiti come quello ormai palese tra governo e magistratura.


Anche nelle università quest’anno cominciamo a sperimentare gli effetti più concreti degli ormai tristemente noti tagli ai finanziamenti pubblici. A nulla, come d’altronde era prevedibile, è servita la classifica “meritocratica” che il Ministero ha stilato in estate – nella quale d'altra parte la Sapienza si collocava tra gli ultimi posti – se non a crear le condizioni per una miserevole e poco sensata “guerra fra poveri” intenti a darsi battaglia per la spartizione delle poche briciole rimaste. Dequalificazione, disservizi, blocchi a tutti i livelli, assumono tratti ancora più inquietanti in un contesto, come quello italiano, in cui il percorso formativo non segue alcun modello specifico, a meno che per modello non s'intenda quello della violenta retorica del cinismo e dell’arrivismo, agita dal governo attraverso la voce dei Ministri Brunetta, Sacconi e Gelmini, che significa guerra all'intelligenza e alla cooperazione in un contesto in cui l’eccedenza produttiva che queste garantiscono è un peso di cui disfarsi e non una risorsa da valorizzare. E magari tutto questo proprio attraverso la permanenza del tanto criticato feudalismo baronale, come meccanismo fondamentale di governo e di mantenimento delle università nel loro status quo.

Insomma continua ad esserci molta confusione sotto il cielo, anzi probabilmente c'è un gran casino, che da pochi giorni ha assunto dei tratti ancora più preoccupanti. Mercoledì 28 ottobre infatti è stato reso pubblico dal C.d.M. il disegno di legge Gelmini, che sarà oggetto di discussione parlamentare nei prossimi giorni. La riforma della governance e del reclutamento doveva esser discussa molti mesi fa e, allora, aveva subito un ritardo dovuto alla resistenza che l'Onda aveva espresso. Il D.d.L. colpisce a morte l'università pubblica, riorganizzandola a partire dall'insistenza dei tagli. Se la parte relativa alla governance prefigura università snelle (per numero di facoltà), prive di democrazia (riduzione degli organi collegiali) e aziendalizzate (apertura ai privati del Consiglio di amministrazione), la seconda, quella che delega il governo al riordino del diritto allo studio secondo la retorica del merito, introduce il prestito d'onore per gli studenti, imponendo la formula del debito individuale in sostituzione ai diritti comuni. Infine, nella terza parte vengono ristabilite le linee guida per il reclutamento dei ricercatori e dei docenti, e in cui il riferimento all'abolizione del precariato ha dei tratti chiaramente demagogici, la riforma infatti lo moltiplica all'infinito. In generale, questo D.d.L. cambia tutto per non cambiare nulla: la permanenza dello scontro baronale, della precarietà e le restrizioni sul piano della didattica restano, se non addirittura vengono aggravate.

L'eventuale approvazione del D.d.L. da parte delle camere definirebbe un punto di non ritorno, meglio, la dismissione definitiva dell'università pubblica che abbiamo conosciuto fino ad adesso. Un'università che non ci siamo mai sognati di difendere così com'è e che abbiamo con forza e passione criticato, ma che non crediamo debba essere trasformata in questa direzione. Ora più che mai è necessario riprendere la critica ai tagli e del D.d.L., che ne è diretta espressione, cominciando con il dire che, senza finanziamenti, tutte le riforme cadono nel vuoto, nell'insensatezza e nell'inefficacia.

L'Onda della Sapienza l'anno scorso ha dato il via ad una diffusione virale e contagiosa del conflitto ed insieme a molte altre università ha espresso nuove pratiche politiche, inventato nuove forme della decisione e dell'autogoverno. E' inutile nascondersi che ciò che è rimasto e sopravvissuto alla mareggiata è sicuramente una situazione balcanizzata, fatta di gruppi e gruppuscoli, di nomi e di loghi. Non ci si può d'altra parte nascondere che probabilmente l'Onda della Sapienza, più che altre università, ha difeso e conservato il più a lungo possibile, a volte con estrema fatica, uno spazio pubblico aperto, condensato nell'assemblea d'ateneo. Questo ha rappresentato sicuramente un punto di merito e una qualità specifica che ha condensato anche la ricchezza di un movimento variegato e travolgente. Sottolineare tutto questo non serve a proporre delle considerazioni nostalgiche o, ancor peggio, fatte di risentimento ed accuse. Al contrario permette di definire in modo se non imparziale, quantomeno descrittivo la situazione che stiamo attraversando.

In alcune facoltà abbiamo mantenuto le assemblee, fuori da ogni logica del collettivo o della soggettività politica: crediamo che sia la forma più efficace per rimanere conflittuali, portare avanti delle vertenze, immaginare nuove forme di allargamento e di attraversamento da parte dei molti degli spazi della decisione. Com'è noto, abbiamo istituito degli spazi di condivisione delle facoltà, che funzionano per affinità tematiche e progettuali: C.Re.W. in Onda e Common Know sono due progetti che hanno avuto dall'inizio l'ambizione di riprendere due degli snodi decisivi, discussi nell'assemblea nazionale dell'Onda, quello del welfare e quello della didattica. Due questioni che nel panorama attuale diventano ancora più urgenti: un vero e proprio coacervo di problematiche che ricadono pesantemente sulla vita materiale degli studenti/precari sia dentro che fuori le università.

Per quanto riguarda la didattica, proprio a partire da una prima analisi del nuovo D.d.L. Gelmini, si può dire che questo sia il campo principale su cui si applicano i meccanismi di normalizzazione dell'eccedenza del sapere, sempre insita nei meccanismi di cooperazione. Il discorso sulla meritocrazia, i blocchi all'accesso, la riduzione indiscriminata di corsi e curricula, sono tutti effetti dei tagli, questi li determinano e li specificano, segnando il destino della dequalificazione universitaria. A questo verrà aggiunta, proprio da quest'ultimo progetto di riforma, una riduzione drastica delle facoltà in ogni ateneo, che punta a costituire dei poli di specializzazione scientifica, senza che essa sia accompagnata da una vera mobilità studentesca, garantita dal punto di vista dei servizi, interni ed esterni all'università.

Già primi giorni di settembre abbiamo immaginato una campagna che rovescia i discorsi e gli effetti delle dichiarazioni del Ministro e che ora diventa ancora più urgente: la Gelmini non ci merita! è un percorso di pratiche che pone il problema della valutazione sugli studenti e sui ricercatori, che fin'ora funziona più come meccanismo di punizione e di ricatto che come espressione di una politica meritocratica applicata all'università. Anche il futuro progetto del prestito d'onore, in quanto indebitamento e condizionamento sula vita presente e futura è ben lontano dall'essere un premio per qualcuno, ma una punizione, molto dura, per tutti.

Con C.Re.W., invece, abbiamo immaginato e realizzato un percorso che riguarda la vita di tutti gli studenti e i precari, una vita fatta di precarietà e ricatto, di flessibilità e costrizione. C.Re.W è stato un modo per riprendersi la libertà, per conquistare singolarmente e collettivamente il diritto a costruire in autonomia la propria felicità. In molti abbiamo dato vita ad uno studentato occupato e ad un percorso: Point Break è il primo esperimento di riappropriazione sul terreno del welfare, il primo passo di una campagna che punta alla riduzione degli affitti, dei trasporti, dei servizi e della cultura. Se la crisi economica ci costringe alla povertà, all'assenza di prospettive e di futuro, il primo passo e riappropriarsi collettivamente del presente, della ricchezza e di nuove possibilità.

Parlare e costruire un nuovo welfare, infatti, quando il governo attacca duramente il campo del pubblico, introducendo rispetto al diritto allo studio – che oltretutto in Italia non ha mai rappresentato una punta avanzata di innovazione – una gestione completamente affidata a banche e S.p.A., significa porre un problema quantomai urgente e che potrebbe assumere dei tratti importanti di generalizzazione.

Tutto questo fa parte dei progetti che stiamo già costruendo e che continueremo ad implementare, prendendoci cura e valorizzando la specificità di ogni singola questione. D'altra parte crediamo che per porci all'altezza del nostro presente, per affrontare la sfida delle trasformazioni disastrose cui viene sottoposta l'università, occorre continuare ad immaginare nuove forme e diversi spazi di socializzazione di esperienze, di temi e pratiche, convinti che c'è ancora molto da pensare, tantissimo da fare... Tutto ciò che stiamo agendo dentro l'università, la battaglia sulla didattica, le vertenze sul welfare, sono esperimenti, forse parziali, forse non definitivi di un modo nuovo di concepire l'università, attraverso l'autogoverno, inteso come capacità degli studenti e dei precari non solo di decidere, ma anche di rendere vive ed effettuali queste decisioni.

Durante l'anno che è trascorso abbiamo creato ed inventato, nel pieno del movimento, una parola, un concetto: quello dell'autoriforma. Crediamo che ora sia arrivato il momento di far vivere a pieno, dentro le università, questa pratica nuova, sovversiva e al contempo costituente. Ora che troviamo di fronte ad una costellazione di condizioni, una geografia di problemi e di alternative inaccettabili che ricadono sulla vita materiale di noi studenti/precari, e che vengono condensate nella riforma del governo è quantomai urgente e decisivo immaginare di nuovo uno spazio nel quale elaborare e far emergere di nuove strategie e conflitti dentro le università.

Sapienza per l'autoriforma ha l'ambizione di far vivere tutte queste idee, attraverso uno spazio pubblico e definito dal punto di vista progettuale, in cui la questione della didattica, della ricerca, delle condizioni di vita siano elementi che non vengono più relegati alla dimensione del problema individuale, ma che diventano battaglie da agire concretamente, tutti insieme.


Sapienza per l'autoriforma vuole immaginare, dentro la crisi del riformismo, e contro la riforma Gelmini che è stata proposta, l'unica trasformazione possibile ed accettabile: quella inventata e praticata dagli studenti, dai dottorandi e dai ricercatori che vivono dentro la Sapienza e per i quali queste condizioni che ci vengono imposte cominciano a diventare insostenibili. Lo spazio che immaginiamo è aperto a tutte quelle facoltà e quei gruppi di ricercatori e dottorandi che vogliono costruire dei progetti e portare avanti conflitti che aggrediscano il problema del merito e della valutazione, quello della casa e del reddito, mirando sempre ad allargare, riprodurre e generalizzare queste lotte, fuori da ogni logica meramente studentista o corporativa.

Infine Sapienza per l'autoriforma vuole essere un esperimento aperto di istituzione autonoma e comune: una macchina costruita dal basso, in cui le nostre energie, sfruttate e compresse dagli schemi dell'università attuale, siano liberate e in cui, attraverso l'interazione e la costruzione paziente dei progetti e delle lotte, immaginiamo un'università che sarà diversa e sicuramente migliore.

Sapienza per l'Autoriforma

Last Updated ( Monday, 09 November 2009 23:39 )